lunedì 29 agosto 2016

Il pasto credibile


Avevo creato un nuovo blog in incognito per fare un punto zero e per sentirmi libera di esprimermi ma poi mi son detta che era un peccato perdere questo milione di follower e così eccomi qui al punto uno.

Ne è passato di tempo e vi vedo cresciuti. 

Ne è passato talmente tanto che non posso nemmeno più cominciare una frase con "E niente" perché nel frattempo è stato talmente abusato che io ormai alla prima frase che inizia con Eniente chiudo.

In fondo tutto passa. 

Passa il tempo passano le mode passa la retorica passano le frasi fatte e finché la barca va lasciala andare e come la barca lascia la scia io ti lascio la firma mia. Passata anche la bulimia della fiera delle banalità, della scontistica, deglihastagacazzochenonsonohastaghmafrasieallorachesensohannoesenonlisaiusarenonusarli, e basta mi fermo qui anche se non è corretto ma io non sono una persona corretta e quindi lo faccio. E sì ho sbagliato anche l'ortografia quindi potete mettermi alla gogna perché ormai non importa cosa dici e se ti scappa un refuso: se sbagli l'itaggliano devi comunque essere crocifisso da tutti i dotti professori che ti circondano.
E comunque, dato che ormai il futuro è il nofilter, anzi, il #nofilter, e il no photoshop, giusto per far vedere che uno sta facendo una cosa figa o è figo anche senza filtri e senza photoshop e lo deve sottolineare altrimenti uno pensa che sia filtrato e photoshoppato e non rosica abbastanza e invece col no filtro e il no photoshop rosica meglio, io per protesta lancio "il pasto credibile".

Basta set fotografici, basta colori complementari e a contrasto basta reflex basta luce giusta basta aspettare 85 ore prima di mangiare basta flufflose basta tavole di legno basta bianco basta legni scrostati e teglie e posate arrugginite che vien l'ebola solo a guardarle basta cavalletto basta un poco di zucchero.

Che tanto ormai la gente se n'è accorta che è tutto un bluff e che nessun foodblogger a casa sua mangia così.

E allora io da oggi inizio questo nuovo progetto perché al giorno d'oggi se non hai un progetto non sei nessuno e nemmeno se non dici di averlo lo sei e dato che io non sono qualcuno ma nemmeno nessuno lo dico e lo faccio.

#ilpastocredibile


Ingredienti per delle polpette:

orzo avanzato 
lenticchie cotte
noci
anacardi
cubetto di spinaci surgelato
pezzo di fungo (io avevo un gambo in freezer da usare in emergenza)
lievito alimentare
salsa di soia
farina di mais
sacchetto ikea
anonima scrivania

PS l'elenco degli ingredienti è solamente indicativo, ogni elemento può essere sostituito a piacere con qualcosa di uguale aspetto o consistenza.

Frullare il tutto fino ad ottenere una consistenza morbida ma non troppo e nemmeno troppo asciutta.
Nel caso regolare con farina o altra roba assorbente tranne la scottex o aggiungere acqua.
Impastare, rigirare nel mais e mettere in padella con olio.


Nota bene: non si può cuocere a secco, se non mettete olio a sufficienza (0.5 cm circa) la panatura di mais vi si attaccherà alla lingua come un quadretto di moquette.

domenica 20 settembre 2015

Cose a caso e cose a casa.



Piccola guida in ordine casuale sparso di cose più o meno interessanti e di scoperte dell'acqua calda ma a volte anche un po' fredda che ho imparato in questi mesi da neomamma.

Paranoie da soffocamento.
Mentre dormono i bambini respirano anche quando sembrano morti. 
Di solito.
Dicono sia normale, i primi mesi (quanti? 7? E 8?? E 9??) controllare che la pancia si alzi e si abbassi.
Io non contenta di questo ogni tanto uso anche lo specchietto per vedere se si appanna che quando è vestito la pancia non si vede bene e io mica voglio farmi fregare.
I bambini respirano anche quando stanno a pancia in giù. 
Di solito.
La prova è tappargli il naso per qualche secondo e vedere se si lamentano.
Oppure passargli il dito sulla bocca come per fare il verso della macchina e vedere se la serrano.
Disclaimer: i fatti qui raccontati non si riferiscono a persone o cose realmente esistenti e sono frutto della fantasia dell'autore.

Attrezzatura utile/inutile.
Allora, già per capire la differenza fra navicella ovetto culla passeggino lettino io ci ho messo sei mesi. 
Superato questo step qualunque madre che si rispetti alla nascita della creatura avrà già comprato o si sarà già fatta prestare tutto quanto elencato per poi accorgersi che:
l'ovetto è un affare per mettere i nani in macchina (oddio ecco ho detto nani. Lo sapevo. Mi ero ripromessa di non usare questo termine in quanto ormai ampiamente inflazionato ma le valide alternative scarseggiano. Bestiola? Toporagno? Microbo? Zitto microbo! Ci piace.) senza il quale sembra debbano crescere con la scoliosi o con le peggio deformazioni alla schiena quando poi per 23 ore su 24 stanno in braccio in posizioni assurde che manco il cinese di Ocean's eleven.
Teniamo poi conto che c'è chi sconsiglia di usarlo alla nascita ma che comunque dopo qualche mese sarà troppo piccolo per la bestiola quindi il range di utilizzo è di circa 6 mesi se va bene.
Io l'unica utilità che ci ho trovato è la dimensione a perfetto incastro con il carrello della spesa. 
Voto 2

La navicella. Che onestamente non capisco perché l'abbiano chiamata così che tanto non è che lo devi spedire su Plutone. Non ancora perlomeno.
Te la spacciano come fondamentale per i trasporti in macchina (pre-ovetto) quando in realtà il toporagno è legato solamente da una piccola cinturina che di certo non evita lo shakeramento ad ogni curva e nemmeno il volo a proiettile. 
Io ho avuto incubi per diverso tempo.
Voto 2

Il passeggino. 
Io vorrei prendere tutti i vari designer/inventori/ingegneri/costruttori di robe per bambini e metterli su un'isola deserta montuosa con cinque bambini a testa e una macchina da condividere aspettando di vedere quanto tempo ci mettono a farsi fuori fra loro. 
Volevo scrivere sodomizzare ma mi sembrava stesse un po' male. 
È inutile, siamo riusciti ad andare nello spazio ma ancora non ce l'abbiamo fatta a fare un passeggino che sia leggero stabile poco ingombrante trasportabile richiudibile con una mano girevole fronte mamma bello moderno ammortizzato imbottito impermeabile facilmente lavabile sfoderabile caldo d'inverno fresco d'estate comodo morbido e che costi poco.
Che stronzi.

Fasciatoio. 
Io sono rimasta sul basic dato che fra due barra tre anni forse riuscirò ad eliminarlo e ho preso quello dell'Ikea che hackerato fa il suo sporco lavoro alla modica cifra di 29,99 euro più circa 15 di materassino preso a parte considerando che quello che danno insieme sembra fatto per nani (in senso stretto) forse perché lo fanno in Cina. 
Comunque basta fissare con due cerniere per mobili un pezzo di compensato sul bordo e metterci sopra un materassino ad incastro che detta così sembra una roba complicata ma in realtà è molto semplice e no non un pubblico una foto del mio bagno perché è incasinato ma se volete potete farne richiesta.
Anche se in realtà ora che ci rifletto con praticamente la stessa cifra e zero sbattimento potete prenderne uno già pronto anche se vuoi mettere l'ego?

Per il latte in esterna sempre all'Ikea, che non è che sia proprio il mio unico punto di riferimento ma è uno dei pochi posti se non l'unico dove puoi entrare e trovare un range di cose che va dal materasso al caffè, ho preso un thermos per l'acqua pure di un colore fighissimo azzurro e rosso che poi userò in futuro dato che appunto la mia vita non si esaurirà fra tre anni, forse, mentre per le pappe ho preso un praticissimo thermos della Thermos che tra l'altro pare sia la ditta che li ha inventati e quindi io ho pensato fosse una garanzia e in effetti è lo stata, su Amazon ad una modica cifra che di certo non si presenta come quei catafalchi appositi per toporagni che tipo se viaggi in moto dovresti avere un sidecar apposta anche se poi risolveresti i problemi del thermos ma non quello di dove mettere il bambino e quindi il paragone non ha senso me ne rendo conto.

Pannolini.
Sì, alla fine ce la sto facendo ad usare i lavabili. Non solo quelli, li alterno ai normali dato che non sono proprio scema del tutto e no, non sono proprio la cosa più pratica al mondo ma con un po' d'impegno ce la si può fare. 
D'altronde anche fare la raccolta differenziata non è comodo. O cercare un cestino per buttare la cicca della sigaretta. O chiudere l'acqua mentre ci si lava i denti. O lasciare il posto alla vecchia sul tram. O rispettare la fila in posta. O non scendere dall'auto a spaccare il parabrezza col bloster a quello che ti ha tagliato la strada. O non gridare al cellulare mentre si è sul treno. Ok sto divagando.
Insomma qualche contro c'è, tipo quando il microbo non caga per due giorni e tu sei convinta di aver capito a che orario la fa e quindi gli hai messo l'usa e getta e invece lui ti frega e si scioglie in una diarrea che gli arriva fino alla schiena proprio quando ha su il lavabile e tu finalmente capisci fino il fondo il modo di dire siamo nella merda fino al collo e bestemmi per non aver fatto finta di nulla fino all'arrivo del padre quando avresti potuto benissimo mentire dicendo amore giuro, fino a due secondi fa ho controllato e non c'era nulla, dai vai tu a lavarlo che io sto preparando la cena.
Merda? Ho parlato di merda? Beh, d'altronde lo fanno tutte le mamme, perché disilludere le vostre aspettative?
Poi ovviamente ci sono anche i pro.





Tututututututu.......


No dai, in realtà tra quelli e il non utilizzare quasi mai le salviette detergenti e poco o nulla il sapone non abbiamo mai avuto un'irritazione.

Ok ciao ora vado. 
Devo aprire ai servizi sociali.



mercoledì 4 febbraio 2015

Insalata veloce




Dov'eravamo rimasti? Al fatto la gravidanza sembrava tutto solecuoreamore e invece era un calesse?
Ecco. Allora quello che viene dopo è decisamente tir.
Non staró ad approfondire l'argomento parto perchè tanto a chi non ha figli non frega niente di sentire l'ennesimo racconto e a chi li ha avuti in fondo pure.
Peró magari c'è qualche uomo interessato quindi...
In breve, memore del corso, di Er e di Real Time mi sono presentata al pronto soccorso quando le contrazioni erano regolari di 2 min per 5 fratto 6 al quadrato pensando ormai fosse ora.
Ma invece no. Avevo davanti ancora 24 ore in sala parto. Ma senza le telecamere.
Alla fine delle quali, per non farmi mancare nulla e perché a me piace sperimentare tutto, è finalmente arrivato Dio vestito da anestesista e mi hanno aperto come un cappone a Natale.
E insomma alla fine ho capito perchè si chiama parto.
Perchè finito tutto l'unica cosa che pensi è si ciao ok è stato bello ma ora arrivederci e grazie.
Ma tutto il gioco è valso la candela (mh) per quei tre secondi tra un rammendo e l'altro in cui son riuscita a vedere il toporagno e a pensare: "oh, meno male che non è un cesso".
E così eccoci qui.
E che dire, siamo sopravvissuti quasi indenni ai primi due mesi il che è un gran traguardo.
E oggi poi sono pure qui che riesco a scrivere al pc quindi wow, scoppiamo i mortaretti.

Ma parliamo del rientro.
Hanno ragione quelli che dicono di preparare tutto per tempo in modo da riuscire a prendere prima confidenza con la casa e gli spazi.
Io invece che mi ritengo impavida sono tornata con la bestiola dall'ospedale con la casa ancora in ristrutturazione e infatti avrei voluto stendermi sulle strisce.
E sì che mi son impegnata a vederla come un'avventura. E ce l'ho fatta eh, mica no. Ma di quelle in cui sei nella giungla e hai dimenticato il kit di sopravvivenza a casa.

E poi inizia il loop pappacaccananna.
Che a volte preferirei non addormentarmi mai per evitare l'ennesimo giorno uguale.
E poi arrivano le ansie.
E il carico di responsabilità che a rifletterci bene pesa come un macigno.
Perchè nei momenti di lucidità mi rendo conto che non devo solo occuparmi di un essere vivente. Ma di una piccola persona. E la mia responsabilità non è solo di farlo crescere, ma di formare un uomo del domani.
E dire che le uniche forme di vita di cui mi sono occupata finora sono un passerotto che per tenerlo al caldo ho messo nella yogurtiera che scalda a 40 gradi e una serie di piante che immancabilmente mi mummificano sul balcone...

Oh, in effetti a pensarci bene se davvero il mondo di domani dipende anche da me siamo veramente nella merda.


Insalata veloce

Aprite la busta, sciacquate l'insalata sotto l'acqua e disponetela nel piatto.
Condite a piacere.

giovedì 24 luglio 2014

Quasi babaganoush


Dicono che la gravidanza sia un periodo bellissimo, che ti cambia, ti fa percepire il mondo in un modo completamente diverso, ti emoziona, ti fa commuovere, ti riempie di gioia.

Ci sono quelle che al terzo mese hanno già comprato il corredino, preparato la cameretta, comprato il passeggino la carrozzina il fasciatoio la sdraietta il seggiolone mille vestitini con le manichine a sbuffo mille tutine e pure il fiocco per la porta.
Ci sono quelle che vanno in brodo di giuggiole appena vedono una pancia, che fanno gli urletti, che ti toccano perché porta bene, che ti controllano se hai la pancia alta bassa larga lunga o piatta e poi ti dicono con certezza se sarà maschio o femmina.
Ci sono quelle che non parlano d'altro per nove mesi.
Ma pure dopo.
Che quando lo sentono scalciare si commuovono.
Che non vedono l'ora di chiacchierare con altre quasi-mammine.
Che per loro ormai il loro cucciolino fagiolino pisellino è già il centro dell'universo.
Ci sono quelle che piangono alla prima ecografia manco avessero vinto al superenalotto. Che la whatsuppano a tutti gli amici e i parenti. Che la postano su facebook. Che la incorniciano e l'attaccano sul frigo.

E poi ci sono io.
Che in fondo sono ancora la solita bestia di sempre.

Che radiografo a distanza le altre gravide e se le riconosco come quelle solecuoreamore tiro fuori il libro dalla borsa e metto le cuffie.
Che se mi parli del tuo quasi-bambino del tuo bambino della tua gravidanza o del tuo parto per più di 15 minuti continuo a fissarti ma in realtà sto pensando a cosa mangerò stasera.
Che alla prima ecografia ho visto solo una macchia nera e ho fatto finta di commuovermi solo per non far rimanere male la ginecologa.
Che lo chiamo la piccola zecca.
Ma a volte anche nanetto dai.
Che quando sento che si muove ogni volta vado in bagno pensando si tratti di una puzzetta.
Che non ho ancora comprato assolutamente niente perché tanto manca una vita e conto di andare sui prestiti e sull'usato.
E mica solo per una questione di risparmio. Semplicemente mi spiegate perché dovrei spendere migliaia di euro per riempirmi la casa di cose che non so se mi serviranno mai e soprattutto userò al massimo per sei mesi e poi dovrò stipare nel box?
E poi dai, lo sappiamo, nessun bambino in fondo si accorge se ha il passeggino di marca o quello scrauso.

A tal proposito ho iniziato un libro, dei mille che ho in programma leggere e che probabilmente finirò quando avrà 18anni, il bebè a costo zero.
Nell'introduzione si dice che in media le famiglie italiane spendono nel primo anno di vita del bambino tra i 6 e i 13 mila euro.
Ma non vi fa rabbrividire?
Cazzarola pensate a quanto potrei viaggiare con la stessa cifra, o a quanti formaggi e vini potrei comprare.
Io, a leggere cose così provo lo stesso ribrezzo di quando penso di dover buttare almeno 20 pannolini al giorno nella spazzatura.
E infatti prenderò quelli lavabili.

E sì lo so cosa state pensando. Siete scontati quanto i maglioni in agosto. Infatti la cosa che mi ripetono tutti è "ehhhhhhhhh, vedrai quando nascerà se riuscirai a mettere in pratica tutte queste cose! Finché non sarai madre non potrai capire!"
Evabbègraziealcazzo.
Non ho manco un cane, eppure se non ti vedo raccogliere la sua merda dal marciapiede ti meno anche se forse non capisco bene il motivo.
Ovvio che non sarà facile, ovvio che uno si fa dei programmi e poi nel 90% dei casi vanno a prostitute. Basta andare a vedere che fine hanno fatto i miei buoni propositi di fine anno.
Però, se uno non cerca almeno di darsi delle linee guida, cosa si fa, si va completamente alla carlona?
E poi oh, non è che tutti quelli che hanno avuto un figlio mo' hanno la scienza infusa eh...

Ma io comunque le mie linee guida non ve le dirò mai. Che sennò poi mi tocca uccidervi. 
Tornando un momento indietro, quella sulla gravidanza son tutte minchiate.
Ditemi voi quanto può essere bellissimo e rilassante un periodo in cui appena ti muovi da casa devi stare attenta ad ogni cosa che mangi, devi far esami almeno una volta al mese, ed ovviamente più che gli esami devi aspettare gli esiti, ti senti stanca, affannata dopo una rampa di scale manco avessi fatto la Parigi-Dakar di corsa, nervosa, hai sempre sonno tanto che le tue giornate si riducono a 12 ore, ti si gonfiano i piedi, il tuo guardaroba, già scarno, si riduce a quattro straccetti. Eccetera eccetera.
Insomma, non che io voglia far quella che si lamenta sempre.
So bene che devo essere grata all'universo per essere in questo stato, per questo dono, e blablabla così via con tutte le cose che bisogna dire per essere politcally correct.
Ci mancherebbe.
Solo che onestamente dire che la gravidanza è il più bel periodo per una donna è come dire che andare in bicicletta con le emorroidi e senza sellino è fare una passeggiata di salute.

Che poi probabilmente se si è una persona lucida ed equilibrata e fatalista che riesce a farsi scivolare un po' le cose addosso sicuramente la si vive benissimo.
Ma se si è come me, che l'unica volta che ho fatto la figa al ristorante dicendomi "senti guarda io sta fetta di carpaccio me la mangio. Eccheccazzo dai non ho preso la toxo in 30 anni nonostante da piccola leccassi le suole delle scarpe, possibile la prenda in questi nove mesi?? No guarda veramente, non voglio fare come quelle tizie paranoiche e ansiose che vivono di merda sto periodo perché devon avere tutto sotto controllo. Io sarò più forte delle mie paure. Io non mi farò sopraffare dal terrorismo psicologico".

E poi la mattina dopo alle 7:00 ero in coda al centro prelievi.


Ingredienti per il babaganoush:

delle melanzane
della pasta di sesamo
del succo limone
un po' d'aglio
olio e sale

Sì certo, il babaganoush non è esattamente così e infatti andrebbe fatto senza buccia. E le melanzane andrebbero arrostite (leggasi BRUCIATE) in forno o sul fuoco. Ma è estate. Non abbiamo voglia di sbattimenti, di cancri e non abbiamo nessuna intenzione di accendere il forno e aspettare due ore per cuocere due misere verdurine.
E poi non ci piacciono gli sprechi. Se la buccia è buona la si mangia. Punto. Niente obiezioni che o mangi questa minestra o salti dalla finestra (non ho seguito molto sos tata, lo confesso).
Quindi insomma, prendete le vostre belle melanzane in un numero variabile da 1 a 2, tagliatele a pezzettoni scazzati e mettetele in padella insieme ad uno spicchio d'aglio, olio abbondante a vostra discrezione e sale.
Coprite e fate cuocere a fuoco basso fino a spappolamento.
Direi circa un 50 minuti dato che io son mi tarata sulla puntata di CSI.
Spegnete il fuoco. Aggiungete del succo di limone a piacimento e della pasta di sesamo (circa un cucchiaio per melanzana).
Frullate col minipimer e via.

PS avete visto quanto poco turpiloquio in questo post?? Effettivamente negli ultimi mi ero fatta sopraffare. E' che forse avevo solo troppo bisogno di rafforzare i concetti. O forse Gordon si era impossessato di me. Oppure forse l'essere mmmmadre sta già prendendo il sopravvento e finalmente diventerò una persona posata. 

mercoledì 25 giugno 2014

Quasi gazpacho



Siamo sinceri: il food, i foodblog e la rete mi hanno veramente un po' rotto le palle.
Com'era sospettabile, tutto questo parlare vedere toccare guardare venerare il cibo mi ha fatto passare perfino la voglia di cucinare.
Sono addirittura tornata a prendere la pizza e il cinese d'asporto e le platesse impanate.
Il che è tutto dire.

E poi l'ostentazione, i selfie, la gara a chi ce l'ha più lungo, le cose dette a metà, il commentami tu che ti commento anche io.
Che due coglioni.
Insomma, arrivata ad un punto di saturazione semplicemente mi sono fermata.

Ma poi dato che sono una stronza egocentrica eccomi di nuovo qui.

E questo era quanto pensavo qualche mese fa.
Ma ormai si tratta di tutte cose che ho dimenticato quindi posso andare oltre.
E no, non ho fatto assolutamente niente nel frattempo.
Non ho progetti in caldo e non mi sto occupando di niente di nuovo nell'ambito food.
O almeno non in senso stretto.
Sono solo stata occupata a mettere la pagnotta nel forno.
Per dirla alla gastrofighettese.

E lo dico solamente perché magari c'è qualche sponsor all'ascolto al quale poter vendere il c**o per qualche gadget gratis.
Tipo magari un trio ultraleggero modernissimo fighissimo che tanto non comprerò mai dato che sono contro gli sprechi e il consumismo e andrò solamente di roba riciclata.
O magari qualcuno che voglia farmi testare dei pannolini lavabili.
Che quelli ovviamente li prenderei nuovi.
O un lettino montessorriano.
Per dire.

Insomma, che il mondo del marketing lo sappia, sto per entrare in un nuovo target.
Ma non diventerò un fottutomommyblog.

A meno che non mi venga richiesto, ovviamente.

E comunque che io non stia più cucinando mi pare chiaro.
E qui vado in loop con le prime righe.

Il massimo che mi permetto di fare è prendere della roba dal frigo, come dei pomodori ben maturi cetrioli mollicci peperoni in avanzo pane secco cipolla aglio e così via, buttarla nel frullatore con del ghiaccio, aceto balsamico, olio, sale e pepe per poi arenarmi sul divano

mercoledì 12 febbraio 2014

Identità Golose 2014




Ritorno da Identità Golose con uno zainetto pieno di nuove informazioni e nuovi stimoli.
E nuove fisse.
Tipo che ho scoperto che non posso più vivere senza un essiccatore. O senza un germogliatore. O senza un buon frullatore.
Tutte le cose in rima insomma.

Anche se va beh, l'ultimo ce l’avevo già, prima di farlo fuori frullandoci dentro per sbaglio la sua guarnizione e poi dei fichi secchi con le noci che forse più che secchi erano mattonelle.
E dire che ero certissima fossero le noci a fare quegli strani rumori.

E comunque, domenica mi son sparata tutta la giornata nella sala di Identità Naturali.

E per fortuna mi hanno fatto assaggiare qualcosa lì, che quelli che erano agli stand dell’area espositiva non è che fossero proprio tutti disponibili e simpatici, anzi.
Anche se ammetto di dovergli riconoscere una grande perspicacia, dato che mentre ti avvicinavi loro avevano già capito se eri uno da coprire di champagne o uno a cui chiudere in faccia bottiglie e scatole di caviale.

In sala invece ho conosciuto dei grandi personaggi, quali Simone Salvini e Daniela Cicioni, per citare i due che più mi hanno colpito e che più mi hanno dato nuove informazioni.

Tra le mille cose che hanno detto, ho condiviso immensamente il principio secondo il quale la cucina vegana non deve per forza essere un sostitutivo della cucina convenzionale e non si deve per forza lavorare per imitare i prodotti animali (perché diciamocelo, la cosa che fa più incazzare i carnivori o ex tali è quando gli si dice che il seitan dà la stessa soddisfazione di una costata) ma deve rappresentare un prodotto diverso e nuovo. Da scegliere perché buonissimo.

E poi ho scoperto un sacco di cose per me nuove, ma non è che posso dirvi tutto (leggasi, ho un mucchio di appunti scritti ad cazzum che devo decifrare).

Per esempio, ho scoperto che le lenticchie bianche sono ricche di amido ed è più facile impastarne la farina rispetto ad altri legumi.
Che in Oriente si dice che più il legume è piccolo più è digeribile.
Che l’assafetida li rende comunque tutti più digeribili.
Che frullando mandorle e anacardi oppure semi di zucca ed aggiungendoci dei fermenti lattici e facendo riposare il tutto per un tot tempo si ottiene una roba buonissima.
Che il patè di lenticchie bianche e mandorle è fenomenale.
Che l’ammollo di semi e cereali attiva gli enzimi e la germinazione e il loro valore nutrizionale aumenta un casino.
Che la nocciola abbassa l’indice glicemico.
Che anacardi e latte di cocco insieme sono un’esplosione di gusto.

E poi basta perché ero stanca e sono andata a casa.





martedì 31 dicembre 2013

Un ingrediente per due: la lenticchia


Mentre scrivo mi chiedo con che faccia si possa pubblicare una ricetta subito dopo Natale quando tutti sono ormai satolli e solo a vedere un panettone incartato vien la nausea.

Perché va bene che il Natale non è più quello di una volta e che ormai si può mangiare tutto tutti i giorni ma alla fin fine Natale è sempre Natale come d'altronde domenica è sempre domenica - che se domenica fosse lunedì sarebbe una gran ciulata - e io mangio appunto quello che non mangio durante il resto dell'anno anche se so che potenzialmente potrei farlo e ciò mentalmente mi tranquillizza perché mi permette di prendere porzioni normali - di 15 portate ma porzioni normali - che se davvero mi toccasse aspettare un anno per rivederle mi premunirei e ne mangerei il doppio, non lo faccio.
E se non avete capito a che cosa è riferito il non lo faccio non chiedetelo a me perché non lo so più manco io.

Comunque, a proposito di cose che mangio solo a Natale ma che potrei mangiare sempre ma che invece non mangerò più, c'è il cappone. 
Che quest'anno ho tentato di comprare in un allevamento etico. 
Che nel momento stesso in cui ho aperto la bocca per chiedere se l'avevano, con la mano stavo già cercando a tastoni la pala che tengo in borsa per emergenza dato che a far figure di merda ci sono avvezza. 

Tipo quella volta in cui chiesi come mai  nella foto di compleanno al ristorante una cameriera era affettuosamente abbracciata alla festeggiata e mi fu risposto che non era mica la cameriera ma la zia, oppure quando chiesi chi mai avrebbe potuto comprare quella macchina che faceva così tanto cagare e mi fu risposto ce l'ha mia madre e così via. 
E potrei andare avanti ore ma anche no.

Tornando ai volatili, non voglio smettere di mangiare il cappone solo per evitare altre figure del cazzo nel nuovo anno ma, soprattutto, dispiacere per la sua virilità a parte, perché non mi è ancora esattamente chiaro il motivo per il quale si debba castrare un pollo per farlo ingrassare a dismisura quando poi tocca cuocerlo per ore e ore per eliminare tutto il grasso. 
Ma allora sarà mica uguale comprare due polli normali?

E con questo spunto di profonda riflessione vi lascio all'ultima puntata della rubrica "un ingrediente per due" e vi saluto augurandovicisivivici scaramanticamente che questo nuovo anno in arrivo sia meno merdoso del precedente anche se tanto già so che domani sarà uguale a oggi e dopodomani a ieri e domani l'altro meno di giovedì ma più di martedì. 

E no, non vi farò nessun elenco di lamenti (tranne dirvi che per stare in tema con la merda ho scampato per un soffio di far capodanno con le emorroidi, nome che già onomatopeicamente fa rabbrividire. E non fate quelle espressioni lì che il gnao ce l'ho mica solo io) anche se so che le frigne fanno audience, perché ognuno c'ha già i propri cazzi amari a cui pensare e di solito sono più che sufficienti quelli per non aver voglia di sorbirsene altri.

E ora andate in pace.
Ci leggiamo l'anno prossimo.

Grazie anche stavolta a Comandante Amigo che mesi fa entrò in sordina per darci una mano con una scheda ed invece l'abbiamo fregato e gliele abbiamo poi fatte fare tutte. 


"La lenticchia è una pianta leguminosa nota ed utilizzata sin dall'antichità. E’ stata una delle prime piante ad essere utilizzata in agricoltura a partire dai tempi della ricca e verde Mesopotamia.

Trovo che il suo nome scientifico sia un vero e proprio invito alla cultura gastronomica slow: Lens culinaris!



Ricca di proteine e di ferro, questa leguminosa è una pianta annuale erbacea con foglie alterne, composte e pennate, terminante con un viticcio (il ricciolino terminale che troviamo ad esempio nelle viti). I fiori sono di colore bianco o azzurro pallido ed a corolla. I frutti sono baccelli appiattiti contenenti due semi che possono essere di colore diverso a seconda della varietà di lenticchia con cui abbiamo a che fare.

La produzione mondiale non è elevata ma questo prodotto è molto utilizzato in tutte le ”cucine” del mondo ed è ora coltivato nelle aree a clima temperato e non cresce praticamente più allo stato selvatico.

A livello culinario le lenticchie vengono utilizzate secche e quelle a buccia spessa devono essere tenute in ammollo prima di essere impiegate. 

A livello di territorio italiano possiamo segnalare, fra le notevoli varietà: 

lenticchia di Castelluccio di Norcia, lenticchia di Colfiorito, lenticchia di Santo Stefano di Sessanio (che non è uno scioglilingua come la parola scioglilingua ma è un piccolo paese dell’Abruzzo), lenticchia di Ustica, lenticchia di Onano e lenticchia di Rascino nel Lazio, lenticchia di Altamura, lenticchia di Villalba in Sicilia, lenticchia di Ventotene e lenticchia di Valle Agricola (che non è uno scherzo ma un comune in provincia di Caserta e comunque lì la lenticchia ci si trova bene!).

Le lenticchie, forse per la loro forma che può ricordare quella delle monete, sono associate al denaro ed alla prosperità. Per questo motivo in molte zone d’Italia durante il cenone di San Silvestro, vengono proposte in accompagnamento a cotechino o zampone per augurare a chi le consuma un nuovo anno più fortunato e ricco. 

Io quest’anno non le mangerò al cenone di fine anno perché sono ricco di famiglia e fortunato dalla nascita e non ho bisogno di altro ma soprattutto perché sono riuscito a farmele cambiare in banca con banconote di carta! 

Scherzi e bischerate a parte, auguro a tutte voi lettrici e lettori del post, un anno pieno di gioia, amore ma soprattutto ricco di salute che è poi l’elemento fondamentale per raggiungere anche le altre cose!

Poi se siete scaramantici o se volete solamente rispettare le tradizioni, le lenticchie mangiatele pure al cenone, ma cercate di mangiarle anche durante il resto dell’anno perché sono buone e fanno bene. Poi non si sa mai… dovessero davvero portare la buena suerte!"


Ecco qui la mia ricetta e qui quella di Serena

Crackers di lenticchie verdi

Ingredienti per un certo numero di crackers:

100 g di farina di lenticchie verdi
mezzo spicchio d'aglio spremuto (ho scoperto lo spremiaglio! Gioia e gaudio)
mezzo cucchiaino di semi di cumino
4 cucchiai d'olio
acqua qubi

Mischiate il tutto fino ad ottenere un composto lavorabile.
Stendetelo ad un paio di millimetri di spessore, tagliate come volete e cuocete in forno ventilato a 140° C fino a doratura (circa 20-30 min).
Se volete, accompagnatele a qualche salsa anche se mi chiedo che razza di coraggio avete dato che siete già pieni come tacchini il 4 di luglio.
Tenete conto che la farina di lenticchie è amarognola quindi questi cosi potrebbero non piacervi (avevo scritto cagare ma ho fatto un check e siamo già a un cazzo e due merde così ho pensato per il momento potessero bastare).
Però il buonumore che vi metterà addosso il cantare a squarciagola "mi ricordo lenticchie verdi" compenserà tutto il resto.

domenica 22 dicembre 2013

Green Restaurant - Starhotels Echo


Chissà perché c'è in giro l'idea che i ristoranti degli hotel non siano granché. 
Io stessa li ho sempre percepiti come appendici degli alberghi e non come luoghi di ristoro a sé stanti e di conseguenza ho sempre pensato che sarei andata a mangiarci solo se avessi dormito lì e se non avessi avuto modo di uscire perché magari fuori imperversava una tormenta di neve o l'alluvione o una grandinata o mi avessero cancellato il volo di ritorno per impossibilità di rifornire l'aereo causa attacco di fulmini.
E giuro che questa mi è successa per davvero.

E invece recentemente mi son dovuta ricredere e riflettendoci mi son resa conto di avere ancora dei pregiudizi arrivati da chissà dove e idee ferme a vent'anni fa.
Ma in effetti ho sempre saputo di esser vecchia dentro.

Tutto è cambiato quando qualche tempo fa mi ha contattato la FedeGroup chiedendomi se mi andava di provare il Green Restaurant presso lo Starhotel Echo di Milano per poi magari, se ne avessi avuta voglia, raccontare la mia esperienza.

Mh. 
Un invito a cena in cambio della mia facoltativa libera opinione. 
Mh.
La prima cosa che ho pensato è che sicuramente sotto si nascondeva 'na sola.

Quindi, dopo essermi fatta rassicurare sul fatto avrei potuto essere totalmente sincera e avrei potuto anche dire di essere stata invitata e di non essere capitata lì per caso - perchè si sa che le recensioni più fastidiose sono quelle che parlano benissimo in modo apparentemente casuale di un posto merdoso o di un prodotto scadente e poi invece salta fuori che di casuale non c'è proprio una beata mazza - ho accettato.

E il mio azzardo è stato ripagato.

Il Green Restaurant si trova in posizione tattica vicino alla stazione Milano Centrale e nonostante le zone delle stazioni solitamente siano viste con sospetto, devo ammettere che quella parte è estremamente tranquilla oltre che estremamente comoda per il centro.
E se di sera mi son sentita tranquilla io che mi cago sotto anche solo a mettere l'auto in box potete star tranquilli tutti.....

L'ingresso al ristorante non dà la percezione di entrare in un hotel ma in un locale qualsiasi.
C'è una bella hall con gigantografie verdeggianti, poltroncine e divanetti e luce soffusa.
Il ristorante è accogliente, tavoli giustamente equidistanti, luci basse ma non troppo e personale gentile. Anche con gli altri clienti. Ho controllato.
Il menù non è lunghissimo, cosa che ho estremamente apprezzato dato che tendo a diffidare dalle liste di 85 pagine con 1240 proposte, ma riesce comunque a soddisfare praticamente tutti i gusti.
Mi ha fatto piacere trovare alcune proposte di tradizione Milanese come i mondeghili, oltre al classico risotto giallo e alla cotoletta che qui viene fatta a orecchio d'elefante, alcuni piatti di stagione e alcuni piatti con prodotti del territorio come il riso della Lomellina.

Ammetto che mi sarebbe piaciuto trovarne di più e spero davvero in futuro scelgano di orientarsi quasi esclusivamente verso questa strada.

Ma questo è davvero l'unico appunto che ho, oltre ovviamente al fatto di applicare la stessa regola  anche alla carta dei vini, perché il resto è stato veramente impeccabile.





Una chicca: davanti all'ingresso del ristorante si trovano i resti della Cascina Pozzobenelli.
Di quella che era una vasta villa costruita (anche) dal Bramante nella seconda metà del XV secolo ormai rimane solo la cappella, rimasta sola soletta in un cortile triangolare in mezzo a palazzoni altissimi. Chiusa e dimenticata. Abbandonata. Come troppo spesso succede.
Ma nonostante l'ambientazione sia un po' triste, questo gioiello merita comunque un'occhiata.


Ed ora una carrellata di foto di alcuni piatti provati per farvi venire un po' di acquolina.

Petto d'anatra speziato con sformatino al parmigiano e riduzione di balsamico
Prosciutto di Parma riserva
Il Carnaroli della Lomellina con porcini e prosciutto d'oca
Costoletta di vitello alla Milanese
Tiramisù

Green Restaurant c/o Starhotels Echo
Viale Andrea Doria, 4 - Milano
Tel: 342.3198.578

sabato 30 novembre 2013

Un ingrediente per due: il porro



Leggendo e rileggendo i commenti al blog, finisco spesso col chiedermi perché io continui a faticare per far ricette e foto quando tanto qui vengon tutti solo per quello che scrivo senza cagare il resto.
E sia chiaro che la cosa mica mi dispiaccia anzi, dato che di solito il problema degli altri blog è che la gente guarda le foto senza leggere il testo e così capita che magari uno ha scritto che è devastato perché ha appena investito il suo cane in retro e i commenti sotto sono tutti un "brava, bella ricetta! Ricetta golosissima! Sembra buonissimo!"
Quindi insomma, di certo non mi posso lamentare. Anzi, in fondo questa consapevolezza riduce la mia ansia da prestazione e posso così permettermi di pubblicare post anche quando le foto fanno un po' pena o quando la presentazione non è delle migliori.

Ad esempio infatti potrebbe capitare io posti tranquillamente una ricetta ottima che sembra però un mappazzone e con una foto che ha delle dominanti strane che non riesco o non ho voglia di eliminare. 
Ogni riferimento a persone o cose......
E non è che non abbia voglia così per così, è solo che sono nuovamente a casa raffreddata e con la febbre. 
E per quanto mi piacerebbe dirvi che adoro fare e rifare le ricette finché non mi vengono perfette, che amo atteggiarmi a scrittrice di bestsellers e che adoro stare qui seduta davanti alla tastiera con la mia tazza di te fumante, la neve che cade fuori, il gatto che dorme sul divano e la musica di sottofondo, la realtà è che non ho voglia di scrivere e men che meno di rifare ravioli o sistemare foto perché mi fa mal la testa, scatarro sul monitor ogni due per tre, continuo a soffiarmi il naso e per giunta questo cazzo di te è ustionante dato che come al solito ho fatto scaldare troppo l'acqua. 
Ah, e il gatto ovviamente è un personaggio di fantasia.

E così vi prevengo e vi dico che sì lo so che la salsa ai porri è grumosa e forse pure un po' troppa, ma il frullatore che frulla bene era in lavastoviglie e così ho dovuto usare quello che frulla male e so che vi state chiedendo che se frulla male allora cosa lo tengo a fare ma io che sono la regina delle caccavelle, che peraltro dio-che-brutto-nome tanto quasi quanto caco, argomento sul quale tornerò dopo, lo tengo perché fa parte di uno di quegli aggeggi infernali tipo 4 in 1 che fanno 4 cose mediocri al posto di una bene e perché poi comunque la frutta secca per esempio la trita bene. 
Ma poi mi chiedo anche a dir la verità che cosa ve ne frega a voi di quanti frullatori io abbia e per quale motivo debba star qui a giustificarmi su quello che uso e non uso. Ma dove siamo finiti??!

Tornando al caco, non so se avete mai pensato quanto questo nome abbia penalizzato un frutto peraltro buonissimo e mi chiedo chi possa esser stato tanto simpatico da avergli affibbiato un nome così del cazzo. 
Dai, c'è gente che non mangia il caco perché si vergogna a chiederlo al fruttivendolo. 
Per non parlare poi dei suoi derivati. 
Ve lo immaginate Montersino dietro al banco della pasticceria che chiede alla sciura di turno: Signora, cosa preferisce oggi? Abbiamo una fantastica crostata ai marron glacè o la torta al CACO. Cosa sceglie? Maddai. 
Mi spiace per lui ma è un frutto troppo sfigato. Conosco gente che addirittura va avanti a ridere da sola sei ore al solo pensiero di entrare in un bar e chiedere un succo al caco. Che poi appunto, non vi siete mai chiesti come mai il succo di caco non esista? Ma ovvio, perché il nome fa cagare! Tanto che nemmeno Don Draper riuscirebbe a venderlo!
E comunque su questo argomento avrei voluto farci un post. 
Il riscatto del caco. 
E infatti tentai una torta che sulla carta sembrava molto promettente. Una roba tipo patate lesse, uova, poca farina, zucchero, cioccolato fondente e caco. Una sorta di budino da cuocere a bagnomaria che sembrava una gran figata e invece alla fine era una cacata colossale. Giusto per stare in tema.
Anche se mi sa che una grossa parte della colpa era da attribuirsi al cioccolato fondente che aveva preso prepotentemente l'aroma dell'olio essenziale di menta che sparsi tempo fa negli stipetti per tenere lontane farfalline.

E le farfalle son sì scomparse ma ogni cosa adesso sa di dentifricio. 
Pure le acciughe.
Proprio belli i rimedi della nonna. Mh.

Ma sto divagando. E' la febbre. Ne sono certa.
Quindi ora vi saluto e vi lascio al porro. Prima che sia troppo tardi.

Grazie, al solito, a Comandante Amigo.

"Il porro (Allium ampeloprasum) è un parente dell’aglio (Allium sativum) e della cipolla (Allium cepa)?
Bè, a leggere i  nomi scientifici di questi ortaggi, direi di si! E anche pensando al profumo ed alla capacità di fare lacrimare i nostri occhi…
Il porro è una pianta erbacea biennale, coltivata però a ciclo annuale, monocotiledone (cioè con una sola foglia embrionale all’interno del seme) di origine mediterranea e di cui si utilizzano in ambito culinario le parti terminali delle foglie (la parte bianca) e il piccolo fusto al quale le foglie sono attaccate, che altro non è in questa pianta che un ridotto disco da cui si diramano le radici che invece vengono eliminate prima dell’utilizzo. Il fiore biancastro è ombrelliforme e si origina nel secondo anno di vita.

Esistono molte varietà di porri coltivati nel nostro paese e queste sono classificate in base alla lunghezza del "fusto" e in base all'epoca di produzione.
La tecnica di coltivazione del porro prevede solitamente la semina in vivaio e il successivo trapianto in pieno campo quando le piante hanno raggiunto un’altezza di circa 20-25 cm. Difficilmente si effettua la semina diretta poiché è più difficile controllare le infestanti e perché si ottengono porri di differente pezzatura. Le varietà precoci vengono trapiantate a densità a mq maggiore, mentre per le varietà tardive la densità a mq decresce per facilitare il rincalzo che è quella tecnica che consente di aumentare la parte bianca dell’ortaggio e la resistenza al freddo.
La raccolta avviene quando la dimensione dell’ortaggio in termini di diametro raggiunge i 2/3 cm e ciò avviene solitamente dopo 3/4 mesi dal trapianto e dopo la raccolta vengono eliminate le foglie più esterne, quelle più dure, mentre le altre vengono tagliate una quindicina di cm sopra il termine della parte bianca. Il porro, pulito, si conserva facilmente in frigorifero anche per più di un mese.

Tra le varietà di porro presenti in Italia vale la pena ricordare quella di Cervere, un piccolo paese della provincia di Cuneo, dove annualmente in novembre si tiene la fiera dedicata a questo ortaggio. Dal sito web dedicato a questo porro si evince che la combinazione tra il terreno particolare dove si coltiva (limo, sabbia fina e calcare, combinazione abbastanza rara in natura) e il microclima con luminosità buona ma non violenta, permette di ottenere porri assai lunghi e teneri con basso contenuto in lignina e cellulosa (sostanze difficilmente digeribili almeno che voi non siate dei ruminanti!). Il fatto che il Porro di Cervere è più tenero, più dolce e più digeribile è da imputare quindi alle caratteristiche pedoclimatiche del sito ove viene coltivato.


Per finire una curiosità: l’imperatore Nerone (quello che forse diede fuoco a Roma per potersi costruire la Domus Aurea) veniva chiamato porrofago perché era un grande mangiatore di porri che utilizzava per schiarirsi la voce… ecco perché nei suoi ultimi anni di vita, prima di essere deposto e di suicidarsi, si ritirò con le sue paranoie nei palazzi per dedicarsi all’arte e alla musica… e chi gli stava più vicino!"

Ecco qui la mia ricetta e qui quella di Serena:

Ravioli alla burrata e porri

Ingredienti per 4 persone:
150 g di semola di grano duro
150 g di farina 0
3 uova
una decina di pistilli di zafferano
un pizzico di sale
olio extravergine
500 g di burrata
2 porri medi

Preparate la pasta come al solito mischiando uova e farina e un cucchiaio d'olio. Giusto per questa volta pestate in un mortaio lo zafferano con un cucchiaio d'acqua calda fino a farlo sciogliere ed aggiungetelo all'impasto. Fate una palla e fate riposare per una mezz'ora.
Stendete sottilissimamente la pasta del tipo che la sfogliavelo Rana ci fa na pippa, fate dei tondi o quello che volete, riempite con un cucchiaino di burrata che avrete preventivamente tagliuzzato grossolanamente al coltello, chiudete, schiacciate bene i bordi e cuocete per un paio di minuti in acqua bollente.
Per la salsa ai porri sminuzzate la parte bianca con quasi tutta la parte verde, avendo cura di tenere da parte un paio di foglie interne che faremo seccare in forno ma che vi spiegherò dopo che sennò qui diventa un casino, e fatela appassire in padella a fuoco minimo con un paio di cucchiai d'olio.
Quando il porro sarà bello morbido frullatelo con un goccio d'acqua e un goccio d'olio crudo con un frullatore che funzioni bene fino ad ottenere una salsa liscissima che andrete a spiattellare a specchio sul fondo dei piatti.
Tagliate sottilmente le foglie che avete tenuto da parte, conditele con sale e poco olio e fatele seccare in forno a 140° C fino a quando diventeranno belle croccanti, avendo cura di controllarle spesso che bruciano in un attimo e poi ciao.
Scolate i ravioli e passateli un secondo in padella con poco olio per farli asciugare e assemblate il piatto.
PS la burrata può essere sostituita con la bufala ma non è una grande idea perchè rimarrà leggermente gommosa.


mercoledì 13 novembre 2013

Panini al vapore ripieni


Ingredienti per 6 panini:

140 g di farina integrale
60 g di semola
100 g circa di acqua tiepida
un cucchiaino di lievito di birra secco
un cucchiaino di malto
mezzo cucchiaino di sale
un cucchiaio d'olio extravergine
200 gr di carote
due cucchiai di pasta di sesamo
un cucchiaio di semi di sesamo
mezzo limone
6 cubetti di Sbrinz di circa 1,5 cm per lato ovvero un parallelepipedo di 9x1,5x1,5 cm ovvero un cubo di 4,5 cm per lato ovvero...


Lo street food nel mio immaginario è qualcosa di unto grasso e porcoso che si mangia mentre si cammina.
Ed è curioso pensare che sia diventata la moda del momento dopo anni di smaronamento di filosofia slow food nata in contrapposizione proprio ai fast food degli anni '80.
Ma d'altronde si sa, le mode sono altalenanti e tutto ciclicamente torna in auge.

E così come io sono appena andata in cantina a tirar fuori le Dr. Martens che usavo alle superiori, quelli che anni fa avevano una panineria che poi gli è toccato trasformare in ristorante, ora stanno facendo la corsa a vendere i locali per andarsi ad aprire un chiosco che tanto comunque toccherà smantellare tra qualche anno.
Che vita del cazzo.

Ma come si suol dire non tutto il male vien per nuocere. Quindi alla fine ben venga anche la riscoperta dello street food se fatto con prodotti di buona qualità e se serve a mantenere memoria delle ricette e usanze della tradizione magari riuscendo ad adattarle in base alle nuove consapevolezze del tipo che si ok che il fish&chips è buono ma magari il piombo dell'inchiostro della carta di giornale anche no.

E dato che io sono una persona di mentalità aperta quando ho visto il contest di Peperoni e Patate proprio sullo street food non ho esitato un momento.
E vorrei tanto dirvi che non ho saputo resistere perché non vedevo l'ora di mettere in moto la mia creatività, ma la realtà è che quando ho visto che mi avrebbero spedito a casa 1.5 kg tra Sbrinz e Gruyere non ho capito più niente.

Quindi insomma in pratica con la scusa di dover testare i formaggi prima puri poi declinati in varie ricette, intanto mi sono abbuffata e poi ho pensato alla ricetta.
Ed avrei tanto voluto far qualcosa di tradizione locale ma io abito vicino a Milano e qui di locale ormai non c'è proprio più una mazza e difatti il nostro street food è esclusivamente importato.

Come primo tentativo ho pensato ad una tempura di Sbrinz e frutta di stagione. 
Così ho preparato una pastella leggera di farina e birra aggiungendo un pochino di cacao amaro all'impasto e poi ho fritto piccoli parallelepipedi di formaggio impastellati alternati a fette di mela verde e uva.

E meno male che ho fatto una prova con pochi pezzi perché il risultato è stato merda.
Troppo grasso, troppo unto, troppa roba colante che bruciava sul fondo della padella, troppi sensi di colpa, troppo tutto.

E anche se in effetti qualcuno mi ha fatto notare che non ci sarebbe stato bisogno di provare a friggere del formaggio per capire che il risultato sarebbe stato un po' grasso al palato, attribuisco il fallimento esclusivamente al fatto di aver utilizzato troppo poco olio in padella (ora però almeno sappiamo che 2 dita di olio non possono esattamente considerarsi olio profondo..).

In ogni caso non ho ritentato l'esperimento perché ho pensato che sarebbe stato vergognoso presentare sul blog una ricetta di formaggio fritto dopo essermi dilungata così tanto sui benefici della dieta mediterranea.
E quindi al secondo tentativo ho cercato di far qualcosa di più leggero e sano.

E il formaggio è così finito in dei paninetti cotti al vapore -che non è che siano più leggeri di quelli al forno ma semplicemente non fanno la crosta- insieme a delle carote e a della pasta di sesamo che con il suo amarognolo bilancia bene la dolcezza della verdura e la sapidità dello Sbrinz.
Minchia quanto sono professional.

PS ovviamente non mi sono impegnata troppo nella foto che sennò altrimenti sarei risultata troppo brava e non mi avrebbero preso in considerazione per il corso di fotografia in palio. 

Per questi panini fate sciogliere in un po' d'acqua tiepida addolcita con malto il lievito secco, come da istruzioni sul vasetto. Mischiatelo poi con le farina, il sale e l'olio.
Impastate per bene fino ad ottenere una palla liscia e fate lievitare in luogo tiepido per circa due ore fino a raddoppio del volume.
Lessate le carote tagliate a tocchetti in una pentola con poca acqua e un pizzico di sale.
Passatele con lo schiacciapatate che si chiama così ma si può usare lo stesso.
Mischiate la pasta di sesamo con un cucchiaino di succo di limone e un pizzico di sale.
Prendete l'impasto, dividetelo in sei parti e stendete ogni parte a forma di cerchio ad uno spessore di circa 3-4 mm.
Distribuite un velo di pasta di sesamo fino ad un cm dal bordo, uno strato di purè di carote e piazzateci al centro il cubetto di formaggio.
Chiudete a sacchetto, rigirate la chiusura verso il basso e mettete a lievitare per un'altra mezz'ora.
Portate a bollore l'acqua della vaporiera con la buccia del limone.
Foderate il cestello con la carta da forno, adagiateci i panini, bagnateli leggermente sopra e cospargeteli coi semi di sesamo.
Cuocete per 20 minuti e mangiateli ancora caldi ma non troppo.

Con questa ricetta partecipo al contest Swiss Cheese Parade dei Formaggi dalla Svizzera.




giovedì 31 ottobre 2013

Un ingrediente per due: la carne bovina


Era da un po' che avevo in mente di provare qualche ricetta con il quinto quarto e mi son sempre chiesta se alla fine ce l'avrei fatta.
Perché insomma, un conto è mangiare un orecchio di maiale bello croccante che sembra una patatina, un conto cazzo è comprarlo e toglierli prima cerume e peli.
Idem con il cervello. Dicono sia tanto buono ma io una testa di agnello tagliata a metà con ancora ancora tutti e 16 i denti attaccati e l'occhio che mi guarda un po' strabico mi spiace, ma la lascio lì.
E che d'altronde non è mica colpa mia se sono nata nella generazione di quelli che credono che le uova nascano già in cartoni da sei.
So di essere totalmente incoerente, ma datemi un coniglio morto e spellato e senza testa e ci vedrò un arrosto.
Datemelo vivo e gli farò solo grattini.

Ciò non toglie che tutto il discorso di riuscire a rivalutare tagli meno nobili considerati quasi di scarto mi ha sempre appassionato. Sia per un discorso di gusti nuovi da scoprire, sia per una questione di rispetto dell'animale. 
Come dire: "ti faccio sì fuori ma prima ti lascio vivere una vita felice e poi cerco di non farti finire in scatolette di cibo _per cani e non_ e mi impegno ad utilizzare di te tutto l'utilizzabile cercando di godere appieno di ogni tua singola parte".

E ora chiamatemi pure Dio.
O Hannibal.

Ma non sul cellulare che ho poco credito.

E così ho anche comprato un libro. Offal. Inglese. Trovato solo online. Che prometteva grandi cose. Bella grafica, bella copertina, belle foto.
Per poi aprirlo e scoprire che i 3/4 sono ricette di tradizione Italiana che avrei potuto trovare benissimo nei libri che ho già a casa.
Fuck online shopping.

E quindi insomma, quando questo mese abbiamo deciso di parlare della carne ho pensato che non avrebbe potuto esserci occasione migliore per sperimentare qualcosa.
L'idea originale era quella di fare dei ravioli di lingua con del limone candito ma, quando al momento dell'acquisto della carne mi sono accorta che la lingua costava quanto un arrosto di reale mi sono chiesta allora di che razza di quinto quarto stessimo parlando e ho anche un po' maledetto tutti quelli che hanno fatto tornare di moda le frattaglie.

E poi ho visto lì di fianco la trippa di foiolo. 
Bella sfogliata. Bella pulita. Bella sbiancata chimicamente. Bella economica. 
E mi son detta che tanto in un raviolo lingua o trippa in fondo non avrebbe poi fatto tanta differenza. 
Mh.
E qual'è la morte della trippa? Stare coi fagioli. 
Ma io avevo solo dei ceci.
E dato che un'altra idea che avevo in testa da tempo era quella di provare a denaturare la farina di legumi in modo da renderla impastabile, non ci ho pensato due volte e ho fatto un test.
Anche se forse accendere il forno a 90°C per tre ore per soli 300 g di farina non è stata proprio una gran furbata....

E così son nati questi cappelletti. Leggeri, proteici, senza glutine, con pochissimi grassi.
Perché sì, la trippa in realtà, a dispetto del nome, è un taglio magrissimo. 

...E alla fine si scoprì che "ciao trippona" non era mai stato un insulto bensì un complimento.....


Prima della ricetta leggetevi però la scheda del Comandante che secondo me in pochi sono così ben preparati sui vari nomi delle bestie.

"La carne bovina che noi utilizziamo in cucina appartiene a mammiferi della famiglia dei Bovidae, rappresentati dal genere Bos e dalla specie Bos taurus.
I bovini sono animali erbivori ruminanti e come tutti i ruminanti sono caratterizzati dall’avere 3 prestomaci (reticolo, rumine e omaso) ed uno stomaco (abomaso) dove avvengono diverse fasi della digestione. La dieta di questi erbivori è svariata soprattutto se gli animali vengono allevati all’aperto (in alpeggio durante l’estate e nei pascoli pedemontani o di pianura durante le altre stagioni) e non in stabulazione fissa in maniera intensiva. Sulla metodologia di allevamento e benessere animale ci sarebbe da parlare per una giornata intera poiché poi quando noi cuociamo una semplice fettina di carne alla piastra e questa si riduce della metà e diventa dura come una suola di scarpa forse sarebbe il caso di chiederci da dove arriva questa fettina…

Oltre che per la razza, e l’Italia è regina di biodiversità anche in questo campo, la carne che utilizziamo deriva da animali di età differente che vengono chiamati con nomi differenti.
Per prima cosa parliamo delle razze. Fra i bovini esistono razze allevate per la produzione di latte (come la bruna alpina, la frisona e la jersey), per la produzione di carne (come la simmenthal,  la limousine, la charolaise, l’aberdeen angus, la piemontese o fassone, la chianina, la marchigiana e la maremmana) e quelle allevate con duplice attitudine (come la rendena, la bianca modenese, la podolica, la valdostana pezzata, la normanna e la rossa danese). In passato, e tutt’oggi in alcuni paesi dove la meccanizzazione dell’agricoltura è ancora inesistente o molto arretrata, esistevano razze tipicamente da lavoro come da noi in Italia la chianina, la maremmana e la piemontese solo per citarne alcune. Come detto sopra nel nostro paese esistono svariate razze anche molto rustiche (come la varzese, la pustertaler, la cabannina e anche la stessa maremmana) che hanno ancora una duplice ed a volte una triplice attitudine.

Senza addentrarci oltre nella suddivisione spesso solo sulla carta dell’attitudine di ogni razza, passiamo invece a parlare della suddivisione dovuta all’età dell’animale.
Il maschio viene chiamato balliotto dalla nascita fino alla prima settimana di vita, vitello fino al primo anno di età, manzo (se è castrato) o vitellone dal primo al quarto anno, bue (se castrato) o toro dopo il quarto anno di età.
La femmina viene chiamata vitella fino al primo anno di vita, manzetta se non ha ancora partorito ed è di età inferiore ai venti mesi, manza o giovenca tra il primo ed il terzo anno di vita e vacca se è di età superiore ai tre anni o se è sotto i tre anni ma in stato gravido. Il termine mucca è invece riferito al bovino femmina in genere ma è un dialettismo di origine toscana forse di derivazione onomatopeica o forse dai termini latini mulgere (mungere) e mugire (muggire).

Dagli esemplari allevati per la carne (ma ovviamente anche dagli altri volendo) si ottengono diversi tagli utilizzabili in ambito culinario per le più svariate preparazioni: dal taglio della coscia si ottengono codone, noce, sottofesa e girello, dal taglio della lombata filetto, controfiletto e carré, dal taglio della schiena  costata, dal taglio del collo e della testa si ottengono collo, lingua e testina, dalla spalla si possono avere cappello del prete e fusello, dai garretti gli ossibuchi, dal petto la punta di petto, dal costato si ottengono biancostato di reale e taglio reale e dal taglio della pancia biancostato di pancia e fiocco. Questi pezzi sono solo alcuni di quelli ottenibili e ovviamente a seconda della regione e assumono nominazioni differenti. 
Non dimentichiamoci poi che anche le interiora vengono utilizzate a scopi gastronomici: cervella, fegato, animelle sono le basi di un piatto tipico piemontese, il fritto misto alla piemontese e la trippa (che altro non è che parte degli stomaci e non dell’intestino come molti credono) sono comunemente utilizzate in molte ricette tradizionali della cucina regionale italiana (ad esempio i trippai fiorentini che preparano il caratteristico panino col lampredotto, che rientra tra i cibi di strada ora tanto ricercati, rappresentano una piacevole tradizione legata ai piatti poveri del passato).

La raccomandazione che mi sento di fare è quella di utilizzare possibilmente carne italiana derivante da animali allevati in maniera consapevole e preferibilmente a stabulazione libera che magari effettuano la transumanza o l’alpeggio in maniera che possano cibarsi delle più svariate qualità di erbe che poi andranno a dare determinate caratteristiche anche alla carne.
  
ANCHE SE SO CHE AVRESTE VOLUTO CHE VI PARLASSI DEL VITELLO DAI PIEDI DI BALSA… MA PAZIENZA!!!"

Ecco qui la mia ricetta e qui quella della Serena.

Cappelletti di farina di ceci e trippa

Ingredienti per 4 persone

300 g di farina di ceci denaturata (passata in forno a 90°C per 3 h)
300 g circa di trippa di foiolo
due cucchiai di salsa di pomodoro
una cipolla media
due limoni
qualche chiodo di garofano
due foglie d'alloro
olio extravergine
sale
un pizzico di pepe nero
un paio di cucchiai di formaggio tipo Grana

Sminuzzate la cipolla e mettetela in una pentola con un po' d'olio sul fondo a fuoco minimo che ormai lo sappiamo che il soffritto sbruciacchiato è cancerogeno oltre a non usarsi più dagli anni '90 e fate andare piano piano fino a quando non sarà diventate trasparente.
Preparate la trippa. Giuro. Non fa così schifo come sembra. Non è viscida e di certo i puntini in rilievo non sembrano delle papille gustative.
Sciacquatela bene sotto l'acqua e tagliatela a pezzetti. Buttatela nella pentola, aggiungete un limone tagliato a metà, il pomodoro, i chiodi di garofano, l'alloro e un pizzico di sale.
Coprite e fate andare per almeno un paio d'ore aggiungendo ogni tanto un goccio d'acqua se necessario.
Preparate la sfoglia impastando per bene la farina di ceci con due cucchiai d'olio e un pizzico di sale.
Quando la trippa sarà ben cotta, morbida e asciutta (se non lo è fate in modo che lo sia) togliete gli aromi e versatela nel bicchiere del frullatore frullando fino ad ottenere un composto morbido e cercando di non pensare al fatto che aggiungendo un po' di latte si potrebbe ottenere un milkshake.
Non preoccupatevi di ottenere una poltiglia perchè ciò non avverrà essendo la trippa abbastanza tenace e gommosetta.
Stendete la sfoglia il più sottile possibile fino a vederci attraverso ma non per i buchi, tagliate dei quadrati di circa 5-6 cm per lato, adagiate al centro di ognuno una pallina di ripieno e chiudete a cappelletto.
Cuocete per 3-4 minuti in abbondante acqua salata, scolate e condite con olio extravergine, la buccia grattugiata dell'altro limone, pepe nero e un po' di formaggio.
Servite senza dire cosa c'è dentro che sennò non li mangerà nessuno.